La Alstom di Sesto San Giovanni, che la General Electric vuole chiudere, è occupata da due mesi dagli operai che presidiano a turno i macchinari fermi
Visto dal carroponte, sembra un enorme drago d'acciaio addormentato e ripiegato su se stesso. Macchinari silenziosi, uno di fianco all'altro, nati per fabbricare componenti di centrali elettriche. Alla Alstom di Sesto San Giovanni gli operai sono gli unici guardiani della bestia. Rotori, cappe di blindaggio, alesatrici, statori: materia che risponde a un lessico ingegneristico, una lingua comprensibile solo agli addetti ai lavori. Come loro, gli operai. Guardano le macchine ancora vive, le chiamano per nome, ma non sanno se si risveglieranno.
All'entrata di via Edison 50, gli ultimi metalmeccanici di Sesto San Giovanni difendono la fabbrica, l'animale. Si tratta dello stabilimento della Alstom - inglobata dalla General Electric a fine 2015, che subito dopo ha annunciato 10mila esuberi in tutto il mondo - due capannoni a ridosso della Bicocca in quello che un tempo era il cuore della produzione industriale del Paese e oggi è un prolungamento della periferia che si trasforma senza direzione. I turni per l'occupazione della fabbrica sono gli stessi di quando c'era il lavoro: notte, mattina e pomeriggio. "Solo che ora non ci sono domeniche o festivi - dice Diego Tartari, 38 anni, addetto al controllo qualità - e siamo qui a oltranza, dobbiamo difendere la fabbrica, il nostro lavoro. Voglia di abbandonare? Quella mai".
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