- il 17 maggio 2013 è nata ADL Varese - Democrazia, Trasparenza, Autonomia e Coerenza non devono essere solo delle parole vuote - ADL Varese non vuole essere ne più grande ne più bella ne più forte, ma semplicemente coerente -

- nel 1992 nascono FLMUniti Varese e CUB Varese, contemporaneamente nascono FLMUniti Nazionale e CUB Confederazione Nazionale -

- nel 2010 tutte le strutture di categoria della CUB Varese insieme a SDL Varese e RDB Varese si fondono e danno vita a USB Varese -

- nel 2013 USB Varese delibera a congresso l'uscita da USB e la nascita di ADL Varese mantenendo unite le precedenti strutture ex SDL Varese ex RDB Varese ex CUB Varese - -

giovedì 23 luglio 2015

Rifugiati o irregolari? Ecco chi ha diritto alla protezione in Italia

In questi giorni di proteste anti immigrati si sente ripetere che chi arriva deve essere rimandato a casa perché non è un rifugiato. In realtà lo scorso anno il nostro paese ha riconosciuto una forma di protezione al 60 per cento dei richiedenti. Il Cir: “Bufala dire che accogliamo solo dei pericolosi irregolari”

22 luglio 2015
ROMA – “Non sono profughi, vengono dall’Africa sub sahariana, non scappano da nessuna guerra. Sono solo clandestini”. E’ questa una delle frasi che abbiamo sentito ripetere più spesso in questi giorni di proteste anti immigrati a Roma e a Treviso. Unleitmotiv che genera confusione su chi ha diritto o meno a restare legalmente nel nostro paese. Ma quali sono le forme di protezione che un migrante può ottenere in Italia?
LE 4 FORME DI PROTEZIONE
In Italia ci sono diverse forme di protezione internazionale:è richiedente asilo chi si trova al di fuori dei confini del proprio paese e presenta una domanda per l’ottenimento dello status di rifugiato politico. Il rifugiato è colui che è riconosciuto, in base ai requisiti stabiliti dalla convenzione di Ginevra del 1951,“nel giustificato timore d’essere perseguitato per la sua razza, la sua religione, la sua cittadinanza, la sua appartenenza a un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato”. C’è poi il beneficiario di protezione sussidiaria, cioè colui che, pur non rientrando nella definizione di rifugiato, necessita di una forma di protezione internazionale perché in caso di rimpatrio sarebbe in serio pericolo a causa di conflitti armati, violenza generalizzata o per situazioni di violazioni massicce dei diritti umani. Infine si riconosce laprotezione umanitaria, a colui che, pur non rientrando nelle categorie sopra elencate di rifugiato e beneficiario di protezione sussidiaria, viene reputato come soggetto a rischio per gravi motivi di carattere umanitario.

Unioni civili, la Corte Ue condanna l'Italia. "E ora subito la legge"

Le reazioni alla sentenza che impone al nostro paese di riconoscere legalmente le coppie dello stesso sesso. Zan (Pd): "Non si può fare finta di nulla". Scotto (Sel): "Renzi non perda altro tempo". Gaylib: "Ora le unioni civili sono il minimo sindacale"

21 luglio 2015
BRUXELLES - Le coppie dello stesso sesso devono essere riconosciute legalmente in Italia. Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti dell'uomo che ha sede a Strasburgo, condannando oggi l'Italia per la violazione dei diritti di tre coppie gay. Secondo Strasburgo l'Italia non ha rispettato la vita privata e familiare di queste persone che ormai vivono stabilmente una relazione di coppia e ha imposto 5 mila euro di risarcimento a testa per danni morali. Le tre coppie, di Milano, Trento e Lissone, vicino Monza, si erano recate presso i loro comuni di appartenenza chiedendo di ottenere le pubblicazioni per il matrimonio, ma la loro richiesta era stata respinta. Gli avvocati delle coppie si sono detti soddisfatti della decisione odierna rendendo noto che la sentenza di Strasburgo non è specifica sui matrimoni gay, ma individua la necessità di una regolamentazione giuridica.
Le reazioni non si sono fatte attendere. "La condanna della Corte di Strasburgo è un ulteriore schiaffo al Parlamento italiano", così il presidente di Equality Italia, Aurelio Mancuso, "L'Italia deve legiferare al più presto rispetto al riconoscimento giuridico delle coppie omosessuali". Per l'associazione Gaylib "ora le unioni civili sono il minimo sindacale".

Cresce il disagio sociale nelle stazioni. "Grido di allarme al Sud per i minori"

Lo dice il rapporto Onds presentato oggi a Roma: 31.702 utenti nel 2014 (26 per cento in più). Radicchi: “Allarmante aumento povertà e disagio. In particolare, i minori non accompagnati, intercettati meglio dalla malavita che dalle istituzioni”

20 luglio 2015
ROMA - Aumentano le persone senza fissa dimora che si rivolgono agli help center delle stazioni italiane: sono stati 31.702 nel 2014 (il 26 per cento in più rispetto all’anno precedente), un numero che corrisponde a circa due terzi di tutti i senza dimora censiti dall'Istat nel nostro paese. Di questi 17.184 sono nuovi utenti (il 43 per cento in più rispetto al 2013). Lo dice il rapporto dell’Osservatorio nazionale sul disagio e sulla solidarietà nelle stazioni italiane (Onds), presentato oggi a Roma, nella sede di Ferrovie dello Stato .
“Sono numeri allarmanti che sottolineano un aumento preoccupante della povertà e del disagio sociale - sottolinea Alessandro Radicchi, direttore di Onds – è difficile avere dati sulle  persone senza fissa dimora, così come è difficile inquadrare il tema della povertà estrema. Ma il nostro è un osservatorio privilegiato – spiega – l’hardware sono i nostri operatori e il software, Anthology, è un sistema di monitoraggio creato per l’attività dei nostri centri. Ee dal 1 agosto diventerà lo strumento ufficiale per censire le persone senza dimora di Roma Capitale. Una sorta di antologia condivisa per poter dire quali persone abbiamo davanti. Di certo il rapporto dice che c’è un aumento preoccupante: 31.702 nel 2014 corrispondono al 26 per cento in più di utenti, ma va anche ricordato che ci sono stati 330 mila interventi a bassa soglia, che riguardano le persone che non si fanno registrare, ma che come utenti anonimi si rivolgono a noi per chiedere un  panino o di potersi fare una doccia”.

Finlandia pronta a sperimentare la fine del lavoro

Forma di reddito universale: sarebbe la prima volta in Europa. Potrebbe anche arrivare a mille euro al mese, rendendo l'impiego una "scelta di vita".

Juha Sipila, politico e imprenditore finlandese, è salito alla carica di primo ministro dal 29 maggio di quest'anno.
HELSINKI (WSI) - I paesi scandinavi sono conosciuti in tutto il mondo per un sistema di welfare funzionante che protegge chi si trova senza un impiego senza al contempo gravare eccessivamente sul debito pubblico.

Nessuno avrebbe mai pensato, però, che un governo - per giunta di centro destra - potesse arrivare a tanto. Il progetto di legge annunciato dal nuovo primo ministro Juha Sipila, in carica da fine maggio, è un esempio più unico che raro in Europa. Mai prima d'ora un governo aveva presentato un piano per un reddito minimo così alto e di così ampia portata.

Un reddito universale di fino a 1.000 euro per tutti i cittadini, a prescindere dalla loro età o situazione sociale, renderebbe il lavoro una "scelta di vita". Sarebbe infatti sufficiente a condurre una vita modesta, ma dedita completamente al tempo libero e agli interessi personali, oltre ai doveri di famiglia e burocratici.

Grazie al suo petrolio, Helsinki ha un Pil pro capite superiore a quello della Germania o della Francia. Il rapporto tra debito e Pil è del 59,3%. Nove anni prima era del 41,7%. Il paese si può considerare uno di quelli ricchi e virtuosi dell'area euro.

Il programma sarebbe possibile grazie al fatto che in Finlandia tutti pagano le tasse e grazie anche al taglio deciso del numero di funzionari pubblici incaricati dei programmi sociali.

Il progetto, un'utopia dagli effetti perversi per i critici, è sostenuto da gran parte dei partiti politici. Alcuni evocano una retribuzione base più bassa, intorno ai 500 euro, ma c'è chi come i liberali che desidererebbe arrivare a 850-1.000 euro.

All'inizio il reddito di cittadinanza sarebbe introdotto nelle regioni che hanno i tassi di disoccupazione più alti. In caso di successo dell'iniziativa sarebbe esportato altrove.

La percentuale dei senza lavoro su scala nazionale, nonostante un'economia solida, è elevata, al 9%. Con la misura il governo spera di ridurre i disagi sociali, guadagnando una certa popolarità in patria ma anche all'estero.

lunedì 20 luglio 2015

Migranti, 150 mila in 6 mesi. E per la prima volta la Grecia supera l’Italia

I dati europei da gennaio a giugno 2015 diffusi dall’Oim. Nella penisola ellenica sono arrivate quasi 76 mila persone, contro 74mila in Italia. In crisi l’accoglienza”. Ieri l’ultima strage, 1.900 finora i morti nel Mediterraneo, il doppio rispetto allo scorso anno

10 luglio 2015
ROMA – L’ultimo naufragio è di ieri sera: 12 persone sono morte a 40 miglia dalla Libia nel tentativo di raggiungere l’Europa. Una tragedia che fa aumentare la lunga dellevittime del mare: 1.900 dall’inizio dell’anno, più del doppio rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. La stima è dell’Organizzazione mondiale delle migrazioni. Dall’inizio del 2015 . sono state più di 150mila le persone soccorse e sbarcate in Europa: la quasi totalità degli arrivi, secondo le stime dell’Oim, è stata registrata in Greciacon 75.970 arrivi e in Italia 74.009 (il dato ufficiale del ministero dell’Interno fermo al 30 giugno è di 70.354 arrivi, ma l’Oim presente nei punti di sbarco parla di almeno quattromila arrivi in più).

Sempre più armi italiane ai paesi in guerra, un mercato che non conosce crisi

A 25 anni dall’entrata in vigore della legge che vieta l’esportazione di armi in zone dove sono in corso conflitti, i dati della Rete Italiana Disarmo. Il Parlamento ha concesso autorizzazioni per 54 miliardi di euro. Le armi made in Italy finiscono in 123 nazioni

09 luglio 2015
ROMA - Sono passati 25 anni dalla di approvazione della legge 185/90 “Nuove norme sul controllo dell'esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento” che vieta l’esportazione di armi in paesi in cui è in corso un conflitto armato. Eppure ancora oggi l’Italia vende pistole e fucili in 123 paesi al mondo per un valore di 54 miliardi di euro di autorizzazioni e 36 miliardi di controvalore per effettive consegne di sistemi d’arma. Sono i dati presentati oggi alla Camera dalla Rete Italiana per il Disarmo.
La legge 185/90 prevede non solo il divieto di esportazione di armamenti verso paesi in stato di conflitto ma anche verso paesi in cui sono violati i diritti umani. Nei primi anni di applicazione i principi innovativi della legge e il controllo, esercitato anche tramite una relazione al Parlamento da parte del Governo, hanno permesso la diminuzione della vendita verso paesi con situazioni problematiche. Un trend che dal 2009 ha cambiato verso. Secondo Giorgio Beretta analista di Opal Brescia: “I numeri non mentono: l’Italia ha venduto armi soprattutto in Medio Oriente e nel Nord Africa, regioni tra le più turbolente e le autorizzazioni del Parlamento sono aumentate. Sapere con precisione a quale paese vendiamo riguarda in primo luogo la nostra stessa sicurezza”. Nel complesso esportiamo pistole, fucili, carabine italiane negli Usa, in Gran Bretagna, Arabia Suadita, Emirati Arabi Unici ma anche Germania, Turchia, Francia e Spagna.  Le nostre armi finisco anche in Malesia, Algeria, India, Pakistan.

venerdì 17 luglio 2015

GALLARATE Appalti in ospedale, l’inchiesta si allarga

Il sistema degli appalti gonfiati non riguarderebbe solo l'ospedale gallaratese. Chiuso un troncone (4 richieste di rinvii a giudizio) se ne apre un altro in Piemonte con altri indagati.

Sei persone denunciate, tra cui due funzionari pubblici di due ospedali (Gallarate e Torino) e vari dirigenti d’azienda oltre a ben 2,5 milioni di euro sequestrati. Si è conclusa con una conferenza stampa congiuntal’indagine “Clean Hospital” sul complesso mondo degli appalti nella sanità pubblica che getta un faro sul funzionamento, spesso non proprio trasparente, dei controlli da parte dell’amministrazione
Questi i risultati  raggiunti in un anno e mezzo di indagine, partita da un esposto del Movimento 5 Stelle regionale e condotta  dalla Guardia di Finanza Gallarate, guidata dal capitano Precentino Corona, e dalla Procura della Repubblica di Busto Arsizio con il sostituto procuratoreLuigi Furno.

Ttip, l'Europarlamento si impegna a non abbassare gli standard Ue

Approvata ad ampia maggioranza una risoluzione che esprime la volontà di non abbassare gli standard europei sull'ambiente, il sociale, il benessere degli animali e la diversità culturale. Le critiche e i timori di Acli e Cospe

08 luglio 2015
STRASBURGO - Raccomandazioni più forti e a tutela degli standard europei alla Commissione Ue per trattare sul TTIP, il controverso Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti. Le ha deciso l'Europarlamento approvando a Strasburgo ad ampia maggioranza una risoluzione che esprime la volontà di non abbassare gli standard europei sull'ambiente, il sociale, il benessere degli animali e la diversità culturale. L'esito di oggi è arrivato dopo molte settimane di ritardi dovute a una spaccatura all'interno del gruppo dei socialisti dell'Eurocamera.

"Chiediamo un processo più trasparente, forti diritti per i lavoratori e la protezione dei nostri dati personali e dei servizi pubblici", ha detto il relatore per il Parlamento Ue, l'eurodeputato tedesco Bernd Lange. "Insistiamo sul fatto - ha continuato Lange - che il diritto dei legislatori di entrambe le sponde dell'Atlantico a legiferare non sia compromesso da tribunali arbitrali privati o altri enti. Abbiamo dato indicazioni chiare alla Commissione su quale tipo di accordo vogliamo. E se alla fine l'accordo sarà negativo, lo respingeremo. Se sarà un buon accordo, voteremo a favore".

Sfruttati e rassegnati: 14 ore al giorno nelle serre, “ma guai a lamentarsi”

Nelle piantagioni dell’Agro Pontino 30 mila indiani vivono e lavorano a cottimo raccogliendo ortaggi per meno di 4 euro l’ora, senza diritti né ferie. Qualcuno inizia a far sentire la sua voce, ma il “padrone” resta una persona da rispettare sempre e comunque

05 luglio 2015
SABAUDIA – Sono tanti, tantissimi, circa 30mila. Un esercito di sfruttati che lavora 14 ore al giorno sotto il sole, in serre la cui temperatura sfiora i 50 gradi. Non si vedono facilmente anche se vivono in tutto l’Agro Pontino. Questi braccianti agricoli, infatti, lavorano nascosti dietro tendoni neri, piegati ore ed ore a raccogliere gli ortaggi che finiscono sulle nostre tavole.

PELLEGRINI PULIZIE Agusta: MA GLI SPOGLIATOI SONO IN REGOLA?

chiederemo all’ASL di verificare i 2 spogliatoi

D.lgs. 9 aprile 2008, n. 81
TESTO UNICO SULLA SALUTE E SICUREZZA SUL LAVORO

1.11. Locali di riposo e refezione

1.12. Spogliatoi e armadi per il vestiario

1.12.1. Locali appositamente destinati a spogliatoi devono essere messi a disposizione dei lavoratori quando questi devono indossare indumenti di lavoro specifici e quando per ragioni di salute o di decenza non si può loro chiedere di cambiarsi in altri locali.
1.12.2. Gli spogliatoi devono essere distinti fra i due sessi e convenientemente arredati. Nelle aziende che occupano fino a cinque dipendenti lo spogliatoio può essere unico per entrambi i sessi; in tal caso i locali a ciò adibiti sono utilizzati dal personale dei due sessi, secondo opportuni turni prestabiliti e concordati nell’ambito dell’orario di lavoro.
1.12.3. I locali destinati a spogliatoio devono avere una capacità sufficiente, essere possibilmente vicini ai locali di lavoro aerati, illuminati, ben difesi dalle intemperie, riscaldati durante la stagione fredda e muniti di sedili.
1.12.4. Gli spogliatoi devono essere dotati di attrezzature che consentono a ciascun lavoratore di chiudere a chiave i propri indumenti durante il tempo di lavoro.
1.12.5. Qualora i lavoratori svolgano attività insudicianti, polverose, con sviluppo di fumi o vapori contenenti in sospensione sostanze untuose od incrostanti, nonché in quelle dove si usano sostanze venefiche, corrosive od infettanti o comunque pericolose, gli armadi per gli indumenti da lavoro devono essere separati da quelli per gli indumenti privati.

1.13.2. Docce

1.13.2.1. Docce sufficienti ed appropriate devono essere messe a disposizione dei lavoratori quando il tipo di attività o la salubrità lo esigono.
1.13.2.2. Devono essere previsti locali per docce separati per uomini e donne o un’utilizzazione separata degli stessi. Le docce e gli spogliatoi devono comunque facilmente comunicare tra loro.
1.13.2.3. I locali delle docce devono essere riscaldati nella stagione fredda ed avere dimensioni sufficienti per permettere a ciascun lavoratore di rivestirsi senza impacci e in condizioni appropriate di igiene.
1.13.2.4. Le docce devono essere dotate di acqua corrente calda e fredda e di mezzi detergenti e per asciugarsi.

1.13.3. Gabinetti e lavabi

1.13.3.1. I lavoratori devono disporre, in prossimità dei loro posti di lavoro, dei locali di riposo, degli spogliatoi e delle docce, di gabinetti e di lavabi con acqua corrente calda, se necessario, e dotati di mezzi detergenti e per asciugarsi.


C. Costa 15 Luglio 2015

Amianto: condannati undici ex dirigenti Pirelli

Sono stati condannati dal Tribunale di Milano a pene fino a 7 anni e 8 mesi di reclusione

Sono stati condannati dal Tribunale di Milano a pene fino a 7 anni e 8 mesi di reclusione undici ex dirigenti Pirelli accusati di omicidio colposo in relazione a una ventina di casi di operai morti per forme tumorali provocate dall'esposizione all'amianto. Gli operai lavoravano negli stabilimenti milanesi tra gli anni Settanta e Ottanta.
Dopo la lettura della sentenza emessa dal giudice della sesta sezione penale del Tribunale di Milano Raffaele Martorelli, alcuni parenti delle vittime hanno esultato in aula. Membri di Medicina Democratica e dell'Associazione italiana esposti amianto, parti civili nel processo, hanno esposto striscioni. "Abbiamo dimostrato che uniti si vince - hanno spiegato - questa volta siamo riusciti a far condannare il padrone".
Nelle scorse udienze il pm di Milano Maurizio Ascione aveva chiesto la condanna a pene fino a 8 anni di reclusione per 8 ex dirigenti e l'assoluzione per altri 3 ex manager Pirelli imputati (Gabriele Battaglioli, Roberto Picco e Carlo Pedone). I difensori, invece, avevano chiesto l'assoluzione di tutti gli ex dirigenti. Oggi sono stati quindi condannati Ludovico Grandi e Gianfranco Bellingeri, amministratori delegati della Pirelli negli anni '80, rispettivamente a 4 anni e 8 mesi e a 3 anni e 6 mesi di carcere. Condanne anche per Guido Veronesi (6 anni e 8 mesi), fratello dell'oncologo ed ex ministro Umberto Veronesi, Gabriele Battaglioli (3 anni), Piero Giorgio Sierra (6 anni e 8 mesi), Omar Liberati (3 anni e 6 mesi), Gavino Manca (5 anni e 6 mesi), Armando Moroni (3 anni), Roberto Picco (3 anni), Carlo Pedone (3 anni) e Luciano Isola (7 anni e 8 mesi, la pena più consistente).
Tutti facevano parte del consiglio di amministrazione dell'azienda tra gli anni '70 e gli anni '80. Gli operai, che si sono poi ammalati di forme tumorali gravi o sono morti per mesotelioma pleurico, secondo l'accusa lavoravano dentro gli stabilimenti milanesi senza alcun sistema di protezione. Hanno subito dunque, secondo l'impianto accusatorio del pm Ascione, esposizioni "massicce e ripetute" all'amianto che negli anni successivi hanno causato le malattie e le morti. Per alcuni imputati il giudice della sesta sezione penale del Tribunale di Milano Raffaele Martorelli oggi ha disposto l'interdizione perpetua dai pubblici uffici.
Gli ex manager sono stati anche assolti da alcune imputazioni con la formule "per non aver commesso il fatto" o prosciolti con sentenza di non luogo a procedere per prescrizione del reato. "Siamo estremamente soddisfatti, finalmente il Tribunale di Milano ha riconosciuto che morire sul lavoro è un reato", ha spiegato l'avvocato Laura Mara, legale dell'Associazione italiana esposti amianto e di Medicina democratica, parti civili nel processo. "Questa sentenza è in linea con le recenti pronunce della Corte di Cassazione - ha sottolineato - e dimostra che l'impianto accusatorio ha retto". Nelle scorse settimane altri processi a Milano con al centro morti di operai provocate dall'esposizione all'amianto, che avevano coinvolto ex dirigenti della centrale Enel di Turbigo e della Franco Tosi di Legnano, si erano invece conclusi con l'assoluzione di tutti gli imputati.
Il Tribunale di Milano ha condannato gli undici ex manager Pirelli e il responsabile civile Pirelli Tyre Spa al pagamento di unaprovvisionale complessiva da 520 mila mila euro per le parti civili e al risarcimento dei danni da quantificare in sede civile. In particolare è stata disposta una provvisionale da 200 mila euro per la moglie e la figlia di un operaio morto per forme tumorali provocate, secondo l'accusa, dall'esposizione all'amianto, 300 mila euro per l'Inail e 20 mila euro per Medicina Democratica e l'Associazione italiana esposti amianto. La maggior parte dei parenti delle vittime avevano già ricevuto un risarcimento fuori dibattimento e si erano ritirati dal processo.

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

SEA spa:

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

IL GIUDICE:
“annulla il licenziamento di FERLA Salvatore;
condanna SEA s.p.a. alla reintegrazione di FERLA Salvatore nel posto di lavoro e al pagamento di un’indennità risarcitoria commisurata all’ultima retribuzione globale di fatto dal giorno del licenziamento (9 marzo 2015) sino a quello dell’effettiva reintegrazione, dedotto quanto il lavoratore abbia eventualmente percepito, nel periodo di estromissione, per lo svolgimento di altre attività lavorative;
condanna, altresì, SEA s.p.a. al versamento dei contributi previdenziali e assistenziali dal giorno del licenziamento fino a quello della effettiva reintegrazione, maggiorati degli interessi nella misura legale;
condanna la parte soccombente SEA s.p.a. alla rifusione delle spese processuali a vantaggio di FERLA Salvatore.”

Ferla Salvatore era stato licenziato alla fine di febbraio di quest’anno per, a detta dei vertici aziendali, aver usato dei termini ingiuriosi durante una discussione al di fuori dell’orario di lavoro e durante una chiacchierata con i dipendenti della mensa aziendale, mentre il delegato svolgeva normale attività sindacale.

Il licenziamento è sembrato fin da subito lo strumento ideale in mano a SEA per zittire il lavoratore che, componente del coordinamento provinciale del sindacato di Base ADL Varese, continuava nella sua opera di denuncia di situazioni poco chiare e al limite della legalità con continue richieste di intervento alla procura della repubblica e agli organi competenti per le verifiche delle varie situazioni dubbie.

La Segreteria e il Coordinamento di ADL e della Cub Trasporti di Varese esprimono la propria soddisfazione per questa sentenza.

Con questa sentenza si fa luce sul clima che i responsabili aziendali di Sea spa hanno voluto creare per cercare di limitare e condizionare l’attività dei sindacati di base.

Siamo altresì convinti che non è finita qui e che SEA farà comunque ricorso contro questa sentenza, lo sappiamo benissimo, perché comunque a pagare saranno sempre i soliti contribuenti dato che SEA è gestita da un amministrazione nominata da enti pubblici con in testa il Comune di Milano cui ora si dovrà chiedere conto di questi fatti e di queste spese.

Ma Sea deve sapere altrettanto bene, come ha dimostrato questa vicenda, che non ci fermeremo nel denunciare gli sprechi e il malaffare, di chi pensa sempre di governare un’azienda pubblica scaricando, i propri errori e le proprie incapacità, sempre sui lavoratori.

14/7/2015

ADL Varese                                                                        CUB Trasporti